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Profilassi anti-D

Quali modalità per la profilassi anti-D dopo il parto?

 

L'efficacia della profilassi con immunoglobuline anti-D è stata dimostrata in modo convincente in una serie di studi clinici controllati negli anni Sessanta. Una possibile causa di fallimento della profilassi anti-D postpartum è la mancanza di tempestività della somministrazione di una dose sufficiente di immunoglobuline anti-D.

In caso di neonato Rh (D) positivo da madre Rh (D) negativa, si raccomanda la somministrazione di immunoglobuline anti-D tramite iniezione intramuscolare (in casi selezionati è possibile la somministrazione alternativa per via endovenosa), entro 72 ore dal parto. Non esiste una condotta uniforme per ciò che riguarda la dose da somministrare: la dose raccomandata è di 1500 UI (300 mcg) nelle linee guida statunitense e canadese [1-2] e di 500 UI (100 mcg) in quella inglese che prevede una successiva eventuale integrazione in base alla valutazione della emorragia feto-materna (fetomaternal haemorrhage, FMH) [3].
La FMH rappresenta lo scambio di sangue materno-fetale e può essere valutata mediante prelievo da eseguire entro 2 ore dal parto, in cui è calcolata la quantità di sangue fetale disciolto nella circolazione materna. Esistono vari metodi per farlo: 1) il test di eluizione acida (Kleihauer-Betke), sufficientemente sensibile e specifico, ma soggetto a errori tecnici e di laboratorio; 2) la citometria di flusso, altamente sensibile e specifica, ma che necessita di laboratori attrezzati; 3) il test delle rosette di eritrociti, semplice e molto sensibile per quantità di eritrociti superiore o pari a 15 mL, ma scarsamente specifico [1, 4].
La maggioranza dei parti comporta una FMH di meno di 4 mL. Poiché una dose di 500 UI è capace di sopprimere una immunizzazione data da 4-5 mL di eritrociti fetali Rh positivi, la linea guida inglese raccomanda il test della FMH in tutte le donne candidate alla profilassi post-partum, al fine di garantire una somministrazione aggiuntiva di circa 125 UI di immunoglobuline anti-D per ogni mL di sangue fetale che ecceda questo limite. Anche la linea guida statunitense raccomanda, in via precauzionale, la valutazione laboratoristica di FMH in tutte le donne che eseguono profilassi post-partum, in quanto lo screening ristretto ai soli casi a maggior rischio (es. distacco di placenta, revisione manuale della cavità uterina) può fallire nell'identificazione delle donne che potrebbero necessitare di una dose aggiuntiva rispetto a 1500 UI routinariamente somministrate (FMH > 30 mL) [1]. Secondo la linea guida canadese l'esecuzione routinaria del test non è sostenuta da sufficienti prove favorevoli rispetto al suo rapporto costo-beneficio [2].
In caso di ritardo della somministrazione oltre 72 ore dal parto, le prove suggeriscono che anche la immunoprofilassi anti-D entro 13 giorni offra comunque una parziale protezione [4], pertanto alcune linee guida prevedono la possibilità di somministrazione ritardata con potenziali benefici fino a 28 giorni dal parto [1-2].

Bibliografia

1. American College of Obstetricians and Gynecologists (ACOG). Prevention of RhD alloimmunization (ACOG practice bulletin; no. 181). Washington (DC): American College of Obstetricians and Gynecologists (ACOG); 2017 [Testo integrale]. Ultimo accesso 15.03.2019
2. Fung KFK et al for Society of Obstetricians and Gynaecologists of Canada. No.133-Prevention of Rh alloimmunization. J Obstet Gynaecol Can 2018;40:e1-10 [Medline].
3. Qureshi H et al for British Society for Haematology. BCSH guideline for the use of anti-D immunoglobulin for the prevention of haemolytic disease of the fetus and newborn. Transfus Med 2014;24:8-20 [Testo integrale]. Ultimo accesso 15.03.2019
4. Sperling JD et al. Prevention of RhD alloimmunization: a comparison of four national guidelines. Am J Perinatol 2018;35:110-9 [Medline].



Data di pubblicazione: 08.05.2019

 
 
  1. SaperiDoc
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