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Sanguinamento post-menopausale

Tamoxifene e sanguinamento: che cosa fare?

 

Le donne affette da cancro mammario che assumono tamoxifene a lungo termine hanno un rischio di cancro endometriale da tre a sei volte maggiore [1]. Questo giustifica la necessità di porre attenzione, sia da parte del medico che della paziente, alla comparsa di sanguinamento postmenopausale (SPM). Gli studi per la valutazione dei test diagnostici nelle donne che presentano SPM in corso di tamoxifene sono però di qualità o di dimensioni insufficienti, per trarre conclusioni generali.

La linea guida Indagini in caso di perdite ematiche postmenopausali, prodotta nel 2002 dall'agenzia di sanità pubblica Scottish Intercollegiate Guidelines Network (SIGN) [1], afferma che non esistono prove di efficacia che giustifichino l'uso di test diagnostici (ecografia, isteroscopia, biopsia endometriale o courettage) per le donne in post menopausa che usano tamoxifene, in assenza di SPM.

Le indagini sull'endometrio dovrebbero essere proposte solo alle donne in trattamento con tamoxifene che presentano sanguinamento postmenopausale.

L'uso a lungo termine del tamoxifene induce una distorsione dell'istologia dell'endometrio, che modifica l'ecogenicità della rima endometriale. L'ecografia ha così scarsa capacità di differenziare i cancri dalle variazioni farmaco dipendenti.
In questi casi è stato proposto un cut-off dello spessore endometriale di 9 millimetri per selezionare le situazioni che richiedono ulteriori accertamenti, ma non sono ancora disponibili studi che ne confermino l'efficacia.
Per questa incertezza, l'uso dell'isteroscopia e biopsia come indagine di prima scelta può essere più appropriata, fornendo un risultato meno ambiguo a queste pazienti ad alto rischio [1], tenendo presente che le neoplasie endometriali legate all'assunzione di tamoxifene avrebbero una prognosi peggiore [4].

 


Data di pubblicazione: 11/12/2008

 
 
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